mardi 2 novembre 2010

Fulvia Alberti

From : http://prixcmca2009.blog.rai.it/2009/12/12/una-donna-unartista-intervista-a-fulvia-alberti/


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12 Dicembre
ore 14:55
Una donna, un’artista: intervista a Fulvia Alberti
italiano, le interviste del blog

Incontriamo oggi, per le interviste del Blog, Fulvia Alberti, regista e Membro della Giuria Documentario.

Buongiorno Fulvia… Ma chi è Fulvia, come donna e come artista?
L’artista è la donna e la donna è l’artista. L’essere documentarista, scrittrice, fotografa e sognatrice, sono dimensioni del mio essere e agire professionale che si compenetrano. La donna non abbandona mai la documentarista, e la documentarista partecipa di ogni scelta e di ogni passo della donna.



Quali sguardi ami poggiare sulle realtà che descrivi? Ci sono dei soggetti, delle realtà che privilegi quando le osservi con l’occhio della telecamera?
Sento profondamente la narrazione del conflitto… Ma il conflitto nel suo aprirsi alle storie di ricostruzione, di resistenza e di speranza dell’umanità che è dietro le quinte e già oltre l’orrore e la distruzione. Il conflitto come risoluzione, il conflitto come nuovo inizio. E’ per questa particolare sensibilità alla lacerazione come ”nuova pelle” che sono stata molto in Irak, nel Kurdistan, in Libano: per vedere lottare e vincere l’umanità che resiste al conflitto.

Fulvia, com’è nata la tua passione per il documentario?
In realtà inizialmente credevo di dedicarmi alla fiction… Ricordo da piccola quando mio padre mi portava al cinema, e da spettatrice ho sognato presto di diventare realizzatrice… Poi casualmente, mentre ero in Irak, e poi in Niger e in Kurdistan, e ancora a Damasco e nel Corno d’Africa, e quasi prendevo a pretesto il girare reportage per lavorare con la macchina fotografica e i miei immancabili diari, ma soprattutto per incontrare la gente, conobbi delle équipes televisive francesi che mi diedero l’idea e l’opportunità di girare dei documentari e di tornare all’arte dell’immagine. Ero a Baghdad, prima della seconda guerra in Irak…

Oggi, con Arté, stai per tornare in Irak per girare “Docu 4″: raccontaci di questa coraggiosa e fondamentale esperienza, di questo progetto artistico - quasi politico - per riscattare e rilanciare il documentario in Irak, con un’attenzione particolare al documentaro al femminile
Tengo moltissimo al progetto “Docu”, di cui sta per partire la 4 edizione, e sono sempre lieta e grata di poterne parlare, quasi come fosse un restituire a quei Paesi che mi hanno cresciuta artisticamente ed umanamente un impegno che sia scambio continuo di forza e costruzione personale e sociale… Ricordo che mi trovavo in un caffè, nel Kurdistan iracheno, per il progetto “Toutes les télés du monde”… Cominciai a discutere con un giornaista locale che mi invitò con grande convinzione ad immaginare dei percorsi di formazione al documentario per gli autoctoni. E’ così che è nato il progetto “Docu”!

In quali condizioni di libertà e diffusione si trovava allora il documentario in Irak?
Il documentario in Irak non esisteva libero, né come tematiche né come diffusione… Fu forse proprio quel conflitto fra il desiderio e l’importanza di narrare che ci ha motivati ancor più nel nostro progetto… Con Docu3 abbiamo accompagnato dei documentaristi e delle documentariste iracheni/e nela realizzazione di 27 cortometraggi, dando loro supporto tecnico, esperienza, e la possibilità, soprattutto per le donne, di autorizzarsi a scegliere il mestiere della documentarista…

E che linee emozionali, che tracce tematiche hanno sviluppato i/le vostri corsisti/e?
Cortometraggi di protesta, di denuncia, ma anche di grande lucidità nell’affrontare le questioni sociali più delicate della realtà irachena… Ricordo con grande emozione e soddisfazione il cortometraggio di un gruppo di donne sulla storia di un transessuale, o quello sulle violenze subite da una donna sospetta adultera in ottemperanza alle leggi della Sharia…

E quale resistenza sociale e culturale ha incontrato il vostro voler coinvolgere le donne?
In 3 stages siamo riusciti a coinvolgere soltanto due gruppi di donne… E’ davvero difficile l’arte al femminile in Irak… E le donne sono le prime a vivere la difficoltà del concedersi una voce e uno sguardo indipendente e libero sulla società e su loro stesse… Appropriarsi del tempo e dello spazio per raccontare…

Ti riconosci in parte, con i dovuti riprorzionamenti di contesto e libertà d’espressione e cultura, in queste donne che lottano per essere ed esserci sia come persone che come artiste?
Sì assolutamente… Vedere la loro fatica è rivedere la mia fatica…

Hai corso da sola nell’inseguire il tuo sogno di documentarista, quando molto giovane hai cominciato a girare il Medioriente, o sei stata sostenuta dalla tua famiglia?
Non sono stata scoraggiata… Ma certamente quando partii per l’Irak dissi a mia madre che andavo in vacanza in Tunisia per non spaventarla… Sì, è stato un viaggio in parte molto solitario… Faticoso, ma importante…

Fulvia, veniamo al nostro Premio… credi nell’idea e nel senso di un Premio per il Mediterraneo?
L’idea di realizzare un Premio sul Mediterraneo mi convince… Io per prima sento fortemente un’identità mediterranea, così come l’ho sentita nei Paesi in cui sono stata… Forse c’è una radice comune, profonda, agricola direi, che impregna la storia di tutti i Paesi del Mediterraneo: la durezza della terra, l’aridità del terreno, la resistenza dell’ulivo… Rapresentano la natura come le persone del Mediterrano…

E come ti sei trovata con i tuoi compagni di Giuria?
Sono un po’ perplessa… Mi sembra che non ci siamo messi bene d’accordo su quello che dovrebbe essere lo scopo di una Giuria… Avrei preferito più libertà rispetto alla forma… All’interno della Giuria ho trovato persone abbastanza formaliste nel valutare quelle che dovrebero essere le caratteristiche di un documentario per la TV. Avrei preferito ci fosse più spazio per la libertà e la forza del documentario.

Fulvia, e che progetti ti aspettano oltre Marsiglia?
Tornare in Irak per realizzare, come ti ho raccontato, “Docu 4″, concentrandoci stavolta sui lungometraggi e i documentari.. Più realizzare un film a Baghdad sui media iracheni…
Sto anche immaginando un documentario sull’esodo dei cristiani dall’Irak… E uno ancora su una scuola di danza classica a Baghdad!

Come ci vuoi salutare?
Vorrei sottolineare che sono molto contenta dei documentari italiani in concorso, pensati e realizzati con grande libertà: quella libertà che, oggi, percepisco più difficile da trovare in Francia, contrariamente a quello che pensano gli italiani. Crediamo che dalla Rivoluzione Francese non sia cambiato niente, ma non è così.


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